Notizie storico-ambientali
Torella del Sannio, in
provincia di Campobasso, si trova sull’Appennino Molisano
a 839 metri sul livello del mare.
I terreni predominanti che costituiscono la litologia
della zona si fanno risalire a formazioni marine di oltre
cinquanta milioni di anni fa, come testimoniano i resti
di lamellibranchi incrostati nelle arenarie presenti nel
territorio e, in particolare, in quelle della contrada
Costa, alla periferia nord-ovest dell’abitato.
A prescindere da insediamenti sannitici, presunti dalla
descrizione di alcuni monili rinvenuti nell’agro di Collebove,
Vicenda del Sole e Collalto, le origini di Torella, la
sua denominazione e le sue vicende storiche si perdono
nel buio di un passato privo di memorie documentali.
Secondo generiche e vaghe notizie,il primo nucleo sarebbe
sorto tra il IX e il X secolo ad opera di un gruppo di
profughi, provenienti dalle pianure del Biferno e del
Volturno, scampati alle incursioni saracene.
La scelta del luogo per la nuova dimora sarebbe caduta
sulla contrada denominata Collalto, a qualche chilometro
da Torella, per la struttura morfologica del terreno che
permetteva l’avvistamento e la difesa e rendeva difficile
l’arrampicata ai predoni.
Si ignorano le vicissitudine di questo manipolo di fuggiaschi,
ma senz’altro si fortificò ed eresse sulla collina, quasi
a strapiombo sul Biferno, una torre di guardia i cui resti
continuano tuttora a sfidare i secoli.
La resistenza del rudere, chiamato indifferentemente Torre
o Pistillo, diede origine a una affascinante leggenda
nel cui mondo fatato la piccola Collalto divenne prima
sito di un bellissimo agglomerato urbano, Nàpele Peccerìlle,
ricco e pacifico; poi, a causa della degenerazione dei
costumi, luogo di perdizione distrutto dai fulmini e aggredito
da formiche e orridi serpenti. Ma c’è di più: fu sede
degli inferi e ospitò nelle sue caverne demoni e oro in
un connubio perfetto di terrore e di desiderio.
Intorno al Mille, su uno dei due colli, prevalenti per
altezza, a nord-ovest del territorio occupato, e precisamente
sul Ciglione, sorse il Castello che, posto a guardia del
tratturo Lucera-Castel di Sangro, ne seguì gli eventi,
espletando funzioni fiscali, di difesa e forse anche di
razzia.
I Registri della Cancelleria Angioina (1265-1281) suppongono
che il Castello si chiamasse Torello o La Torella, onde
il nome dato al borgo.
L’edificio oggi non è più riconoscibile nella sua struttura
originaria per le continue trasformazioni subite nel tempo,
ma vi si possono riscontrare alcuni caratteri particolari
dell’architettura fortificata angioina, come i torrioni
cilindrici su basi tronco-coniche.
Dando seguito all’ipotesi, i collaltesi, spinti dal bisogno
di una maggiore protezione o allettati da una posizione
che li avrebbe immessi in un contesto sociale più ampio
o costretti dalla prepotenza del dominus castri, salirono
verso il Castello e si fermarono ai suoi piedi, costituendo
il primo nucleo di Torella.
L’antico casale fu abbandonato come dimora, ma non nelle
colture, nonostante le pressanti e pesanti mire dei baroni
nel volerlo considerare feudo inabitato per potersene
impossessare.
Accanto al maniero, simbolo del potere temporale, sorse
la chiesa, simbolo di quello spirituale. Le due forze,
attraverso il tempo, secondo gli interessi di chi ne deteneva
le redini, si eludevano e si amalgamavano, si lottavano
e si riconciliavano a spese dell’umanità dolente ad essi
sottomessa.
L’abitato, racchiuso nelle cinta muraria, si concentrò
sul Ciglione. Le case piccole e modeste, dal sottotetto
di canne, cannìzze, e dal pavimento, in genere, di terra
battuta, si addossavano le une alle altre in un amplesso
circolare, quasi a chiedere protezione, a invocare pietà
alle imponenti mura del Castello e della chiesa che le
dominavano. Aprivano le porte ad ante orizzontali e le
minuscole finestre sui vicoli scoscesi, sconnessi, stretti,maleodoranti,
bui, polverosi d’estate e fangosi d’inverno, dove i bimbi,
con i sederini che si affacciavano nudi dalle patèlle,
ruzzolavano insieme alle galline e ai maiali.
Al centro del borgo, il piccolo sagrato della chiesa fungeva
da piazza. Qui si raccoglieva la comunità nei giorni di
festa, si teneva mercato, si accendevano le candele per
le aste e spesso vi si tenevano i Pubblici Parlamenti,
convocati ad sonum campanae oppure ad vocem praeconis.
Poco discosto, sempre situato nel ristretto della terra,
il piccolo cimitero e su tutto minacciosa e incombente
la torre, dove l’alter ego del signore amministrava la
giustizia, pronta ad aprire la botola del carcere alla
minima infrazione.
Appena fuori la porta principale della cittadella, declinava
ad ovest, verso Valle Massa, il vasto Prato di istituzione
normanna e a sud-est le aie del Colle (l’jëàre de re Còlle)
accoglievano i prodotti da trebbiare e da battere. A breve
distanza dalle aie, quasi a lambirle, “l’erbal fiume silente”
ospitava, a maggio e a settembre, il gregge transumante
e, in diversi mesi dell’anno, lo stanziale. Oltre le mura
fiorivano le antichissime cappelle laicali di Santa Maria
della Libera, di San Giovanni delle Macchie, “ius presentando
delli padroni della Terra”, di Sant’Antonio Abate con
l’annesso Pio Ospedale e quella di San Rocco edificata
dopo il colera del 1837, a qualche metro da quest’ultima.
Sparse qua e là nell’agro, a conforto del contadino, le
“chiesoline” di San Sebastiano, Santa Margarita e del
SS. Sacramento, erette dalla pietà dei fedeli. E poi,
campi, boschi, valli e colline che accoglievano e accolgono
le contrade di Valle Massa, Colle Scesce, Civita, Santo
Janni, i Casali diruti di Collalto e la meno antica Colle
Bove. Il tutto appartenente al Demanio Comunale, al Feudo
e alla Chiesa per circa duemila ettari di terreno. Quasi
nulla la proprietà privata.
In questo contesto viveva una comunità agricolo-pastorale
con connotazioni socio-economico culturali molto modeste,
che traeva il suo sostentamento dagli usi civici del demanio
universale e dalle servitù d’uso sulle terre feudali,
contesi entrambi, con pretesti vari, dalla prepotenza
baronale.
Da una terra avara e arida, qual era quella di Torella,
coltivata, per giunta, con metodi e mezzi arcaici e da
una pastorizia che si dibatteva in mille difficoltà, i
cittadini dovevano ricavare frutti per pagare alla Regia
Corte i vari balzelli e all’Università le spese per i
bisogni comuni, quali debiti fiscali e strumentari, corpi
feudali presi in fitto (La Bagliva dei danni dati, la
Zecca, la Portolania, la Mastrodattia, la Panatica, la
Fornatica e altri), il medico dei poveri, la conferma
dei Capitoli, la conduttura del vitto in Napoli, il donativo
di Natale, l’ingresso al governatore, il cancellierato,
il predicatore quaresimale, il clero per il passio dei
quattro mesi estivi, il fitto delle terre badiali di San
Giovanni delle Macchie, il razionale per la visura dei
conti, i censi, i terraggi, le prestazioni,il compasso
e, con l’istituzione degli eserciti permanenti, il pesantissimo
tributo dell’alloggiamento dei soldati. Il resto, se resto
c’era, doveva bastare per il sostentamento della famiglia.
La cultura del popolo attingeva all’ancestrale libro della
tradizione, della superstizione, della credenza e del
fatalismo. Agognava per l’altra vita la luce del paradiso,
ma non disdegnava di fantasticare per il benessere della
terrena e di scendere nelle tenebre degli inferi a contendere
i tesori alle potenze del male, come racconta la leggenda.
Non si conosce il nome dei feudatari che possedettero
la Terra di Torella anteriormente all’avvento degli Angioini.
I primi documenti in merito risalgono al tredicesimo secolo
e ci danno come Signori, col titolo di Conti di Torella,
le famiglie Capuano e Sanframondo. Quest’ultima di origine
francese,
Dopo il terremoto del 1456 che, come dice il Muratori,
desolò Torella, alcuni superstiti si insediarono stabilmente
nelle contrade meno colpite dal sisma, dove si erano rifugiati,
altri tornarono nel loro borgo decisi a ricostruirlo.
Ad essi si unì anche gente forestiera accomunata da interessi
e da nuovi e vecchi vincoli di parentela.
Scavarono fra le rovine per giorni, per mesi, per anni,
recuperando tutto ciò che potesse servire alla rinascita.
Molto lentamente la vita cominciava a riprendere il suo
corso. Il paese si ripopolava, riviveva. Ai vecchi cognomi
e a quelli scomparsi se ne aggiungevano e sostituivano
altri. La cerchia muraria si allargò e si aprì una nuova
porta d’ingresso alla cittadella, la Porta Nova. Anche
l’altro colle, denominato propriamente Colle, prese ad
essere via via abitato.
Fu un risorgere molto faticoso: epidemie e calamità non
davano tregua; i re continuavano a contendersi il regno
sulle rovine, sulla miseria e sulla fame delle comunità;
la mostruosa voracità dei baroni non rallentava la morsa
nemmeno di fronte alle sciagure più terribili.
Alla morte di Alfonso I d’Aragona (1458), il baronaggio
del reame si divise in due opposte fazioni: l’una favorevole
a Ferrante I, figlio illegittimo di Alfonso, ma erede
al trono, e l’altra, fra cui i Sanframondo, signori di
Torella, a Giovanni D’Angiò, erede presuntivo. Dopo le
alterne vicende che insanguinarono il regno e la restaurazione
della monarchia aragonese, Ferrante I nel 1467 privò i
Sanframondo di tutti i feudi, ivi compreso Torella, la
quale nel 1495 venne concessa da Ferrante II ad Andrea
de Capua ,duca di Termoli, fedele alla casa d’Aragona.
I de Capua, del ramo Del Balzo, rimasero padroni del feudo,
per oltre un secolo, fino al 1608, anno in cui lo alienarono
alla famiglia Greco di Isernia. Nel 1641 Torella passò
ai Del Giudice, ma nel 1692, morto Gennaro, per mancanza
di eredi in feudalibus, tornò alla Regia Corte. Messa
all’asta fu aggiudicata ai Francone che la tennero fino
all’eversione della feudalità (1806). A costoro successero,
in qualità di eredi, i principi Caracciolo di Torchiarolo,
imparentati con i Francone per via di Immara Caracciolo,
con i quali il comune ebbe, per la ripartizione delle
terre, una lunga e dissanguante controversia giudiziaria,
terminata con decreto sovrano il 4/4/1892. In vero il
Consiglio comunale, per evitare ulteriori spese, “determinò
di recedere dalla via giudiziaria e tentare una conciliazione
bonaria affidando il mandato a don Antonio Ciamarra fu
Giacinto, magistrato (del foro di Santa Maria Vetere)
di eletta mente e pei suoi studi e pei suoi modi, autorevole
ed accetto a quanti ebbero la ventura di conoscerlo”.
Durante tutto l’Ottocento, oltre a questa sciagura economica,
non ne mancarono altre ben più gravi, come i terremoti
e, in particolare, quello del 1805, che procurò sei vittime
e molti danni alle strutture, il dramma del brigantaggio
pre e post unitario, le malattie e le carestie.
Il Castello, oggi Monumento Nazionale, nonché Casa-Studio
Museo della pittrice-musicista Elena Ciamarra-Cammarano,
fu venduto nel 1815 dai Caracciolo ai Ciamarra, i cui
eredi ne abitano ancora l’ala più antica e spesso ospitano
il principe Alberto Caracciolo.
Dopo l’unità d’Italia, con il Regio Decreto del 4/1/1863,
in conformità del deliberato 20/11/1862 del Consiglio
Comunale, Torella venne autorizzata ad aggiungere “del
Sannio” al proprio nome per differenziarsi da Torella
dei Lombardi in provincia di Avellino.
Il paese, come abbiamo detto, è adagiato su due colli
che, nel loro digradare, s’incontrano nella vasta piazza
S. Rocco. Ai piedi del Colle, lungo corso Garibaldi, l’ombroso
Parco della Rimembranza, dedicato ai Caduti della Prima
Guerra Mondiale, rinfranca lo spirito di chi vi sosta
o passeggia,mentre ai piedi del Ciglione, lungo l’ultimo
tratto di Via Roma, sono ancora visibili i danni provocati
dal secondo conflitto mondiale che tenne Torella in prima
linea per quasi tutto l’ottobre del 1943.
Il paesaggio offerto dalla sua particolare posizione geografica
è tra i più belli della regione. Vi si possono ammirare
vallate di boschi, di prati e di campi risalenti verso
l’ampio orizzonte dove i monti, cosparsi di agglomerati
urbani, fanno da confine tra il cielo e la terra.
L’abitato è attraversato dalla provinciale 41 che, in
vario modo, mette in comunicazione Torella con il capoluogo,
con molti paesi limitrofi e con le due superstrade, la
Trignina e la Bifernina. Alla periferia la presenza del
tratturo richiama alla “ memoria antiche transumanze e
appassionanti vicende umane”.
Il centro urbano va spostandosi decisamente lungo le vie
di transizione con ridenti villette moderne, abbandonando
quasi del tutto l’antico borgo raccolto sul Ciglione.
La società contadina, protagonista di secoli di storia,
compatibilmente con le mutate condizioni dei tempi e con
le accresciute esigenze, ha ceduto il posto a una nuova
società costituita da operai, commercianti, piccoli impresari,
studenti, diplomati e laureati.
Tre chiese confortano, oggi, la vita religiosa del torellese:
l’antichissima Chiesa Madre, riedificata ex novo nel 1747,
quella del SS. Rosario che racchiude le vecchie chiesoline
di Sant’Antonio e di San Rocco e la chiesetta di San Giovanni
delle Macchie.
La “Matrice Chiesa” è dedicata a San Nicola di Bari, ma
il protettore è San Clemente Martire che si festeggia
il martedì dopo la Pentecoste e il 15 ottobre, in occasione
della fiera a Lui dedicata.
Le reliquie del Martire, come si evince dalla bolla che
le accompagnò, provenienti dalle catacombe di Santa Priscilla
in Roma, furono donate dal papa Clemente XIV all’arcivescovo
di Cosenza, Gennaro Clemente Francone (fratello di Giovanni,
utile signore di Torella), che il 16 maggio 1773 le affidò
alla venerazione dei torellesi.
La chiesa si fregia di un bellissimo altare,opera della
Scuola Napoletana del XVIII secolo, realizzato in marmi
policromi con rilievi scultore in marmo bianco. Di notevole
valenza artistica è, poi, la porticina del tabernacolo
che riporta la scena evangelica del Centurione. Fra l’altro,
vi si può ammirare il settecentesco organo a canne (in
via di restauro) che ebbe vasta risonanza in tutto il
Molise, per oltre due secoli.
Il piccolo centro conta attualmente (2010) 809 abitanti.
Moltissimi sono i torellesi emigrati nelle varie parti
del mondo, ma tutti legati alla terra natia da un atavico
e struggente amore che li porta molto spesso a rivisitarla.
Torella non offre molto al turista, in termini di divertimento,
discoteche e quant’altro la modernità suggerisce, ma una
grande pace,silenzi ristoratori, passeggiate nei folti
boschi, stupendi aurore, spettacolari tramonti, la incommensurabile
salubrità dell’aria, cibi sani e genuini e “l’immancabile
scattone”.
Per gli appassionati di storia, di arte e di architettura
offre, poi, la visita al Castello dove si può godere e
apprezzare la bellezza e il valore della poderosa produzione
artistica della pittrice Elena Ciamarra-Cammarano.
A ciò aggiungasi la gentilezza d’animo dei suoi abitanti,
nonché la presenza di una gioventù fisicamente bella,
allegra e sana, non ancora toccata dalla devianza di paradisi
artificiale.
Torella del Sannio, 10
marzo 2010.
Carmen e Wanda Conte
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